Dipinto raffigurante Gesù che cammina sul mare in tempesta

Gesù cammina sull’acqua

"Subito dopo Gesù obbligò i suoi discepoli a montar nella barca e a precederlo sull'altra riva, verso Betsaida, mentre egli licenzierebbe la moltitudine. E preso commiato, se ne andò sul monte a pregare. E fattosi sera, la barca era in mezzo al mare ed egli era solo a terra. E vedendoli che si affannavano a remare perché il vento era loro contrario, verso la quarta vigilia della notte, andò alla loro volta, camminando sul mare; e voleva oltrepassarli; ma essi, vedutolo camminar sul mare, pensarono che fosse un fantasma e si dettero a gridare; perché tutti lo videro e ne furono sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: State di buon cuore, son io; non temete! E montò nella barca con loro, e il vento s'acquetò; ed essi più che mai sbigottirono in loro stessi, perché non avean capito il fatto de' pani, anzi il cuor loro era indurito" (Marco 6:45-52)

Marco e Matteo (14:22-33) raccontano che dopo l’evento della prima moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca per precederlo fino all’altra riva del lago. La narrazione di Giovanni (6:16-21) invece è sintetica ed essenziale e non rende conto dei dettagli. Gesù voleva appartarsi in solitudine per avere comunione con il Padre. Era rimasto stretto tra la folla, si può pensare che fosse esausto, aveva necessità di riprendere forza spirituale con la preghiera. Gesù viveva continuamente circondato da una moltitudine che lo pressava chiedendogli miracoli di guarigione, “e tutti quelli che lo toccavano erano guariti” (Marco 6:45-56). Emblematico l’episodio della donna dal flusso di sangue: “Ma subito Gesù, avvertendo in se stesso che una potenza era uscita da lui, voltatosi nella folla, disse: Chi mi ha toccato i vestiti?” (Marco 5:30). La fonte inesauribile di potenza e di forza vitale è Dio Padre a cui Egli attinge di continuo. Scrive Paolo in Ebrei che Gesù è stato fatto per un po’ di tempo inferiore agli angeli in quanto dotato di un corpo umano (Ebrei 2:9). Questo corpo in cui la Parola è resa tangibile e concreta reca in se’ il peso umano del dolore e della morte, ma ugualmente per mezzo di esso si espande la potenza compassionevole di Dio. Gesù ha pregato ed è a terra tutto solo. A questa solitudine fisica nel raccoglimento fa da contrappunto l’estrema solitudine spirituale vissuta nel mondo. Fatta di polvere e di peccato, la terra su cui ha camminato è la “valle dell’ombra della morte” di cui parla Davide (Salmo 23:4). Tralasciando ogni altro riferimento, colpiscono le amare parole che Gesù rivolge a Pietro vedendo addormentati i discepoli nel Getsemani, dopo aver loro esternato la propria profonda tristezza e aver chiesto loro di vegliare e pregare insieme a lui: “Così non avete potuto vegliare neppure un’ora con me?” (Matteo 26:40). Dopo tanto aver ricevuto e tanto aver condiviso con il Signore i discepoli sono vinti dal sonno incapaci di empatia per il loro maestro che soffre. Eppure il più piccolo affanno personale spesso ci toglie il sonno anche nella stanchezza. Dunque i discepoli, in mezzo al lago, probabilmente contrariati e perplessi, facevano fatica a remare contro vento, e Gesù andò in loro soccorso camminando sull’acqua. L’immagine straordinaria nel cuore della notte o nell’approssimarsi delle prime, flebili luci dell’alba, li sconvolge e gridano di paura. Non comprendono ciò che si presenta davanti ai loro occhi, nonostante abbiano assistito a molteplici eventi soprannaturali. Sono stupiti e meravigliati perché, dice l’evangelista, “non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito”. Quando il cuore è indurito la mente è ottenebrata. Non avevano inteso l’esigenza, la ragion d’essere dell’aver trattenuto e sfamato cinquemila uomini dopo giornate intere di fatica senza avere neppure il tempo di mangiare. Il cuore è indurito a causa del predominio dell’io, della preoccupazione per se stessi, poiché non hanno condiviso la compassione di Gesù per quelle “pecore senza pastore”. La chiusura in se stessi, nei propri angusti limiti evoca la paura. Certo Gesù voleva insegnar loro a dubitare dei loro pensieri e sentimenti e persino dei loro sensi. Tutto nella nostra sfera esistenziale naturale è limite, impotenza, ignoranza. Il sentire e l’agire dei discepoli ci restituisce una immagine impietosa di noi stessi, duri di cuore, egocentrici, senza pietà, paurosi e confusi. Ma Gesù è pronto a rassicurarli: “Fatevi animo, sono io, non temete!” Innumerevoli volte nella Bibbia Dio rivolge al suo popolo, al suo eletto queste meravigliose parole che placano i tumulti dell’anima. Veniamo all’esistenza creature indifese, in un mondo sconosciuto che scopriremo pieno di pericoli, e tali restiamo inermi nel tempo in cui ci è dato vivere. L’insicurezza e i timori ci identificano. “Poi sali’ con loro sulla barca e il vento si calmò”. Dal Cristo, da lui proviene l’incoraggiamento, la forza e il conforto. “Poiché io, l’Eterno il tuo Dio, ti prendo per la mano destra e ti dico: Non temere, io ti aiuto” (Isaia 41:13).

 

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