Dipinto che raffigura Gesù che scrive per terra e sullo sfondo l'adultera per terra e gli accusatori in piedi

La donna adultera

Allora i farisei e gli scribi gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, dissero a Gesù: «Maestro, questa donna è stata sorpresa sul fatto, mentre commetteva adulterio. Ora, nella legge Mosè ci ha comandato di lapidare tali donne; ma tu, che ne dici?» (Giovanni 8:3-5)

“Com’è vero che io vivo, dice il Signore, l’Eterno, io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva” (Ezechiele 33:11). Gesù si trova nel tempio e sta ammaestrando il popolo. I farisei e gli scribi trascinano dinanzi a lui una donna, la spingono al centro e le si pongono intorno. “Dissero a Gesù: Maestro, questa donna è stata sorpresa sul fatto, mentre commetteva adulterio. Ora nella Legge Mosé ci ha comandato di lapidare tali donne; ma tu che ne dici?” Il tono delle voci è arrogante, la domanda è provocatoria, il loro cuore è ipocrita non stanno cercando la verità. “Or dicevano questo per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo”. Nel Levitico Dio decreta la pena di morte per gli adulteri e l’autore della lettera agli Ebrei proferisce: “Il matrimonio sia onorato da tutti e il letto coniugale sia incontaminato, poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri” (13:4). È un peccato gravissimo, che reca in se’ una maledizione, è contro l’ordine della creazione, contro il Creatore stesso. In Proverbi è scritto: “Chi commette adulterio è privo di senno; chi fa questo distrugge la sua stessa vita. Troverà ferite e disprezzo, e la sua vergogna non sarà mai cancellata” (6:32-33). Le condizioni di questa donna sono dunque tragicamente determinate. La immaginiamo tremante di paura, discinta e vituperata, coperta di pubblica infamia. Il testo non fa alcun cenno a un qualche suo pentimento, seppure dinanzi alla morte sia facile immaginare in lei una acuta consapevolezza del proprio folle errore. “Ma Gesù, fingendo di non sentire, chinatosi scriveva col dito in terra”. Gesù non risponde, conosce i loro pensieri malvagi. Non sappiamo cosa egli scrivesse, da sempre affascina il mistero di quelle parole tracciate sulla polvere. Qualche commentatore, richiamandosi a Geremia, avanza l’ipotesi che Gesù avrebbe potuto scrivere i nomi degli accusatori: “Tutti quelli che t'abbandonano saranno confusi; quelli che s'allontanano da te saranno iscritti sulla polvere, perché hanno abbandonato l'Eterno, la sorgente delle acque vive” (17:13). Ma voi, rallegratevi, dice Gesù ai discepoli, “perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Luca 10:20). “E come essi continuavano a interrogarlo, egli si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. Poi, chinatosi di nuovo, scriveva in terra”. In Deuteronomio si legge che in caso di condanna a morte “la mano dei testimoni sarà la prima a levarsi contro di lui,” l’accusato, “per farlo morire” (17:7). Questa inaspettata risposta disorienta e confonde quei farisei turbolenti e minacciosi. “Quelli allora, udito ciò e convinti dalla coscienza, se ne andarono ad uno ad uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; così Gesù fu lasciato solo con la donna, che stava là in mezzo”. Ancora Gesù mette la coscienza dei falsi religiosi di fronte alla propria doppiezza. Non sappiamo se fu amara consapevolezza dei propri peccati o della propria incoerenza ma la logica stringente del discorso di Gesù fu più forte della violenza che armava la loro mano. L’uomo naturale giudica continuamente, per orgoglio e per collera repressa, per il piacere di denigrare e per il desiderio di potere, perché abbassando un altro innalza se stesso. Chi giudica è un impostore poiché si appropria del diritto di attribuire le colpe che appartiene solo a Dio. “Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati...” (Luca 6:37). Ogni espressione di accusa e di condanna costituisce un terribile giudizio verso noi stessi. Possiamo giudicare l’aspetto esteriore di un comportamento, l’atto in se’, confrontandolo con la Parola di Dio, non colui che lo compie. Gesù ci avverte di non guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello quando abbiamo una trave nel nostro occhio. Senza chiara visione proiettiamo sui comportamenti altrui le nostre convinzioni, i sentimenti, i desideri e le paure, i nostri stessi peccati per trarre valutazioni che sono spesso calunnie senza fondamento. Seppure fossimo animati da un sincero desiderio di conoscenza, poiché la psiche umana è complessa e gli umori che l’attraversano mutevoli, sarà impossibile per noi intercettare il recondito magma che ha originato il comportamento di un altro, che solo Dio conosce. Isaia ha profetizzato sulle qualità che solo Cristo possiede ai fini del giudizio che avrà luogo alla sua seconda venuta: “Lo Spirito dell’Eterno riposerà su di lui: spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di potenza, spirito di conoscenza e di timore dell’Eterno. Il suo diletto sarà nel timore dell’Eterno, non giudicherà secondo le apparenze, non darà sentenze per sentito dire ma giudicherà i poveri con giustizia e farà decisioni eque per gli umili del paese” (11:2-4). Ora il Gesù dei Vangeli non è venuto per giudicare ma per salvare ciò che era perduto. “Gesù dunque, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: Donna, dove sono quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata? Ed ella rispose: Nessuno Signore. Gesù allora le disse: Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più”. Abbandonando il giudizio troviamo la misericordia, rinunciando alla presunzione troviamo l’umiltà che piace a Dio. La condanna è senza ritorno, la misericordia offre la possibilità di una nuova vita. L’avevano spinta e trascinata, la polvere sollevandosi l’avvolgeva, il piacere di un momento l’aveva distrutta, quelle voci minacciose l’avevano inchiodata al suolo, ma Gesù l’aveva rialzata con quelle roventi parole: “Va’ e non peccare più”.

 

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