Dipinto raffigurante uomo da solo seduto su una roccia nel deserto

Le tentazioni di Gesù

Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"» (Matteo 4:10)

Gesù è stato battezzato nel Giordano da Giovanni e, uscito dall’acqua, la voce del Padre l’ha presentato e ha convalidato la sua provenienza divina, mentre lo Spirito scendeva su di lui in forma di colomba. “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Proprio nel momento in cui è confermato Figlio di Dio, Gesù ripieno di Spirito Santo, deve iniziare la sua avventura umana nel deserto, il luogo della prova. Dopo averlo liberato dalla schiavitu’ d’Egitto, Dio fece fare al popolo un giro più lungo per la via del deserto fino al mar Rosso e poi oltre, ancora nel deserto. Nell’aridità e nella solitudine accade il profondo incontro con Dio, l’intimità con ciò che è essenziale; scopriamo ciò che siamo e il nostro destino, il senso della nostra esistenza. “Mosè rimase la’ con l’Eterno quaranta giorni e quaranta notti; non mangiò pane ne’ bevve acqua. E l’Eterno scrisse sulle tavole le parole del patto, i dieci comandamenti” (Esodo 34:28). Il deserto è il luogo della prova e quindi della scelta. Le tre tentazioni riguardano il potere, fanno leva sulla natura divina di Gesù: “Se tu sei il Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”. L’istigazione è ambigua, vorrebbe insinuare il dubbio o indurre all’atto dimostrativo di quella verità. E continua per la seconda volta usando la Parola in modo distorto e subdolo, e “gli disse: Se sei il Figlio di Dio, gettati giù, perché sta scritto: Egli darà ordine ai suoi angeli riguardo a te; ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché non urti col tuo piede in alcuna pietra” (Salmo 91:12). L’invito è pressante, ad usare il potere per un proprio profitto materiale e per la propria gloria, per se stesso disobbedendo al Padre, poiché era venuto al mondo per servire. La terza tentazione sottintende questa verità, che egli è venuto per essere figlio dell’uomo, e dunque scelga semplicemente e direttamente il potere sul mondo, senza attraversare alcun dolore, “e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: Io ti darò tutte queste cose se prostrandoti a terra, mi adori”. Dice Luca (4:13): “E quando il diavolo ebbe finito ogni tentazione, si allontanò da lui, fino ad un certo tempo”. Gesù fu tentato ancora durante il suo breve passaggio sulla terra, lo tentarono di continuo i farisei per farlo cadere dichiarandosi contrario alla Legge di Dio, lo tentò il popolo quando volle acclamarlo re, lo tentò persino Pietro quando gli disse: “Dio te ne liberi, non ti accadrà mai” che tu sia ucciso (Matteo 16:22). Infine, visse la sua tremenda prova nel Getsemani quando preso da grande angoscia pregò per tre volte: “Abba, Padre, se è possibile allontana da me questo calice. Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi”(Marco 14:36). Egli fu “tentato in ogni cosa come noi”, dice Paolo, “senza però commettere peccato” (Ebrei 4:15). La tentazione rappresenta la chiave di lettura dell’umana esistenza, vivere questa linea di confine è la sfida, il coraggio e l’avventura del discepolo di Cristo. Questo duro confronto, a cui Gesù non si sottrasse, questa lotta è una necessità. Non c’è salvezza senza prova, non c’è trasformazione in santità, non ci sarà altrimenti traguardo di vittoria. Quelle di Gesù sono le nostre stesse tentazioni: usare mezzi illeciti per un vantaggio personale, cedere a distorsioni della Parola per fare emergere il proprio Ego, rinunciare alle prerogative di figli di Dio, riscattati e adottati, al fine di ottenere benefici materiali. Cristo, esempio perfetto, ci rivela il segreto della strategia vincente, la forza irresistibile della Parola di Verità che Paolo definisce “la spada dello Spirito” (Efesini 6:17). La Scrittura enumera le armi vincenti, oltre alla verità la giustizia, la fede, la vigilanza, la preghiera. Nel Getsemani Gesù esorta i discepoli: “Vegliate e pregate; per non cadere in tentazione, poiché lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Matteo 26:41). Siamo chiamati a vivere in una terra di confine, dove il pericolo è in agguato e il combattimento è condizione permanente. Spargiamo le nostre lacrime, il sudore e il sangue al fine di giungere a una coscienza pura. “Ora quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze” (Galati 5:24). Il Negev non lontano da Gerusalemme, terra arida e spoglia, in inverno una volta l’anno, diventa rosso fuoco, ricoperto di anemoni e fiori selvatici. Questo è l’incanto del deserto, la sua doppia natura, un miracolo di bellezza e floridezza che ritorna. Dopo l’arsura le abbondanti piogge, dopo la violenza della battaglia il balsamo che purifica il cuore. La Grazia ineffabile colma un divario per noi irriducibile tra l’inclinazione al male e il desiderio di santità. Da ciò l’esortazione di Pietro: “Poiché dunque Cristo ha sofferto per noi nella carne, armatevi anche voi del medesimo pensiero, perché chi ha sofferto nella carne ha smesso di peccare” (I Pietro 4:1). Questo Mosè aveva esposto al popolo nel deserto: “Non temete, perché Dio è venuto per provarvi, e affinché il timore di lui vi sia sempre davanti, e così non pecchiate” (Esodo 20:20). Prezioso alleato e compagno di viaggio è il dolore della prova, pericoloso è il cammino ma esaltante e certo è il raggiungimento della meta. Lo Spirito ci preserva, ci incoraggia e ci fortifica, è con noi e conta le nostre lacrime. “Dio è fedele”, scrive Paolo, e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze” (1 Corinzi 10:13).

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