Dipinto con donna che si fa spazio tra la folla che circonda Gesù.

Commento alle Beatitudini

"E Gesù, vedendo le folle, salì sul monte; e postosi a sedere, i suoi discepoli si accostarono a lui. Ed egli, aperta la bocca, li ammaestrava dicendo: Beati i poveri in ispirito, perché di loro è il regno de' cieli. Beati quelli che fanno cordoglio, perché essi saranno consolati. Beati i mansueti, perché essi erederanno la terra. Beati quelli che sono affamati ed assetati della giustizia, perché essi saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Iddio. Beati quelli che s'adoperano alla pace, perché essi saran chiamati figliuoli di Dio. Beati i perseguitati per cagion di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando v'oltraggeranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per cagion mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande ne' cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi" (Matteo 5:1-12).

Le beatitudini si collocano nella prima parte dell'insegnamento comunemente noto come "Sermone sul monte", che si estende dal primo verso del cap. 5 fino alla conclusione del cap. 7 del Vangelo di Matteo. Una versione più sintetica viene riportata anche nel vangelo di Luca al capitolo 6 dal verso 17 fino alla fine dello stesso capitolo. Da una prima analisi del testo appare evidente che la struttura e i contenuti di questo prezioso insegnamento di Gesù non lo identificano come un sermone prettamente evangelistico, infatti in esso non si rileva uno specifico invito al ravvedimento, ma piuttosto gli conferiscono la connotazione di un ammaestramento rivolto ad istruire principalmente i suoi discepoli (Matteo 5:2; Luca 6:20) per formarli in vista del Grande Mandato a cui li avrebbe chiamati a breve (Matteo 28:19-20). L'insegnamento, che nel suo complesso consiste in una rilettura meno formalistica dei capisaldi della legge mosaica, si propone di mostrare il modello di condotta che un vero discepolo di Cristo deve assumere per tendere alla perfezione cristiana.

Questo commento, che ha lo scopo di approfondire solo la parte del sermone che enuncia “le beatitudini”, si fonda sul presupposto che le qualità di volta in volta richiamate dal Maestro, come ad esempio l’umiltà, la mansuetudine, la misericordia etc.., non siano rappresentative di specifiche categorie umane che possono acquisire la “beatitudine” in virtù delle proprie caratteristiche caratteriali, altrimenti verrebbe meno il fondamento della "salvezza per grazia" mediante il sacrificio del nostro Signore Gesù Cristo (Efesini 2:8). Questa considerazione è estremamente importante perché una erronea interpretazione delle parole di Gesù porterebbe alla conclusione che per acquisire la beatitudine (e le correlate “ricompense”) sia sufficiente possedere le qualità morali richiamate nel testo. In realtà sappiamo, per la Parola di Dio, che non è affatto così; se ad esempio, tutti coloro che sono in lutto (che fanno cordoglio) sarebbero beati solo in virtù della loro specifica condizione di sofferenza (a prescindere dalla loro fede, dalla loro condizione morale, spirituale etc..) verrebbe meno il fondamento secondo il quale solo chi crede nel Signore Gesù Cristo, accetta il Suo sacrificio sostitutivo e conduce la propria vita in santità conformandola agli insegnamenti del Maestro non perirà ma avrà vita eterna. Lo stesso potrebbe essere detto anche per quanti sono mansueti, affamati di giustizia, pacificatori, misericordiosi etc.. Chissà quante persone nel mondo che presentano queste qualità caratteriali appartengono ad altre confessioni religiose come ad esempio l'Ebraismo e l'Islamismo per citare quelle monoteistiche, ma anche politeistiche come il Confucianesimo, il Buddismo, l'Induismo, lo Shintoismo etc.. Sicuramente anche tra gli atei possono essere annoverati benefattori del genere umano che nella loro esistenza hanno dato prova concreta di possedere qualità come quelle sopra richiamate e menzionate nelle beatitudini. E allora? Tutti beati a prescindere dalla nostra professione di fede? Se consideriamo nel suo complesso gli insegnamenti Gesù e più in generale della Parola di Dio, CERTAMENTE NO.

Allora è evidente che "le beatitudini" debbano necessariamente contenere un insegnamento più profondo e coerente con il resto degli insegnamenti del nostro Signore, che potrebbe sfuggire ad una lettura superficiale e non ispirata del testo. In realtà la sequenza con cui vengono espresse le beatitudini rappresenta il percorso di crescita che deve contraddistinguere la vita di ogni discepolo (figliuolo di Dio) che desidera consacrarsi al suo Signore, partendo dalla consapevolezza del proprio fallimento spirituale.

Ma in definitiva cosa vuol dire "essere beato"? La parola "beato", tradotta dal greco "makários", sottintende una condizione di benessere nella quale si gode di circostanze favorevoli. La beatitudine è godere di uno stato dell’anima in cui ci si sente pienamente appagati; è un benessere profondo che investe tutta la nostra essenza fino ad arrivare alle profondità della nostra anima. La beatitudine può essere definita come una prosperità spirituale, ed in questo contesto il credente è beato perché ha una relazione particolare con Dio, gode della pienezza della Sua approvazione, gode delle Sue benedizioni in vista di quelle che saranno le ricompense finali da Lui elargite tra cui la salvezza e il far parte del Regno dei Cieli. Essere beati significa quindi avere l’approvazione di Dio!

Esaminiamo adesso in profondità questo meraviglioso insegnamento.

Prima tappa: Essere povero in spirito

"Beati i poveri in ispirito, perché di loro è il regno de' cieli"

Innanzi tutto è importante definire cosa NON VUOL DIRE essere povero in spirito

Essere poveri in spirito non significa sicuramente versare in condizioni economiche disagiate. Gesù, in questo contesto non dichiara che la povertà materiale avrebbe portato una benedizione spirituale. Essere economicamente poveri non presuppone necessariamente il tenere una condotta santa, anzi molto spesso l'uomo naturale, spinto dalla indigenza, scivola in comportamenti peccaminosi. Il povero, in quanto tale, non è più vicino del ricco al Regno dei Cieli, ci sono stati e ci sono tutt'ora "ricchi" figliuoli di Dio, salvati per grazia, che con il loro patrimonio hanno contribuito all'avanzamento del Regno di Dio.

Poveri in spirito non significa essere intellettualmente poveri; la Parola di Dio non dice che è meglio essere ignoranti, anzi Salomone per lo Spirito afferma che: “Beato l'uomo che ha trovato la sapienza, e l'uomo che ottiene l'intelligenza!” (Proverbi 3:13) “Acquista verità e non la vendere, acquista sapienza, istruzione e intelligenza” (Proverbi 23:23).

Essere poveri in spirito non significa avere una bassa considerazione di se stessi (autostima) o mostrarsi artificiosamente umili. Come è sbagliato vantare se stessi, le proprie abilità o il proprio status sociale è altrettanto sbagliato considerarsi insignificanti, senza alcun valore, inadatti. Paolo nella epistola ai Romani 12:3 afferma per lo Spirito: "Per la grazia che m'è stata data, io dico quindi a ciascuno fra voi che non abbia di sé un concetto più alto di quel che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura della fede che Dio ha assegnata a ciascuno". Nel contesto Paolo parla di doni spirituali, ma senz'altro possiamo applicare il concetto anche nell'equilibrio che dobbiamo esercitare stimando noi stessi. Dio ci ha dato una dignità unica nel creato che neanche noi possiamo permetterci di calpestare; " ... che cos'è l'uomo che tu n'abbia memoria? e il figliuol dell'uomo che tu ne prenda cura? Eppure tu l'hai fatto poco minor di Dio, e l'hai coronato di gloria e d'onore ..." (Salmo 8:4-5). La falsa umiltà di contro può nascondere la vanagloria, infatti ci si comporta da umili per ottenere il consenso ed il riconoscimento degli altri.

Allora cosa VUOL DIRE essere povero in spirito?

L'espressione povero in ispirito e tradotta dal greco "ptochos pneuma", nella quale "pneuma" traduce la parola spirito (intesa in questo caso come la parte interiore, invisibile, più intima dell'essere umano) e "ptochos" che descrive principalmente una condizione sociale ed economica di profonda miseria, ma anche un atteggiamento, che è proprio del mendicante, che si umilia implorando l'aiuto degli altri. In pratica un uomo che riesce a sopravvivere non per i meriti dovuti alla propria attività lavorativa, ma solo ed esclusivamente per l’altrui elemosina. Come nei Salmi, i "poveri" a cui Gesù si riferisce, sono coloro che invocano e attendono speranzosi l'intervento ed il sostegno di Dio nella loro vita, a differenza dei "ricchi" che invece ripongono la fiducia in se stessi e nelle loro disponibilità economiche.

Il povero in ispirito è quindi colui che ha un concetto realistico della propria condizione spirituale, ovvero riconosce di essere peccatore davanti a Dio e quindi meritevole del Suo giusto giudizio. Il povero in ispirito è consapevole di non potere pagare l'enorme debito spirituale derivante dal suo peccato e quindi confida esclusivamente nell'aiuto di Dio per mezzo dell'opera salvifica del nostro Signore Gesù Cristo. Il povero in spirito riconosce che la salvezza è un’opera che solo Dio può compiere. Questo atteggiamento è la chiave di tutto ciò che seguirà, perché le beatitudini seguono una sequenza evolutiva ben precisa. La povertà in spirito è la caratteristica fondamentale del vero cristiano, il primo passo per arrivare a Dio, tutte le altre caratteristiche derivano da essa, poiché: “L'Eterno è vicino a quelli che hanno il cuor rotto, e salva quelli che hanno lo spirito contrito” (Salmi 34:18)

Seconda Tappa: Fare cordoglio

"Beati quelli che fanno cordoglio, perché essi saranno consolati"

 Fare cordoglio è una espressione che generalmente vuole esprimere la condizione di colui che è grandemente rattristato per qualcosa (solitamente per la morte di un congiunto) e manifesta una tristezza che pervade ogni ambito della propria esistenza. Nel nostro contesto "fare cordoglio" è la naturale conseguenza per colui  che ha riconosciuto la propria povertà spirituale. Il povero in spirito infatti soffre nella consapevolezza di quanto terribile sia la sua condizione spirituale, poiché riconosce di essere spiritualmente morto, senza speranza e colpevole al cospetto di Dio. Certe persone si rendono conto di essere grandi peccatori ma nonostante questo non ne sono per nulla rattristate; esse non fanno cordoglio, sono soddisfatte della loro condizione e preferiscono vivere nel peccato. Il Signore dichiara beati, felici, proprio coloro che fanno cordoglio per la loro condizione spirituale. Umanamente sembrerebbe una contraddizione trarre gioia (beatitudine) dalla sofferenza, ma ciò che per Dio ha grande valore per l'uomo è solo follia. L'apostolo Paolo, nelle sue lettere, ha più volte evidenziato come, in alcune circostanze, l'afflizione sia fondamentale ai fini di una proficua crescita spirituale "Poiché, la tristezza secondo Dio produce un ravvedimento che mena alla salvezza, e del quale non c'è mai da pentirsi; ma la tristezza del mondo produce la morte" (2Corinzi 7:10) "e non soltanto questo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e la esperienza speranza” (Romani 5:3-4). Per quanti hanno come obiettivo Gesù Cristo e la Sua giustizia, le afflizioni producono perseveranza, esperienza ed una speranza viva di ereditare le Sue promesse ed essere da Lui consolati mediante il Suo perdono (Salmo 32:1-2).

Terza tappa: Essere mansueto

"Beati i mansueti, perché essi erederanno la terra"

 L'essere mansueto non dipende dall'esercizio di particolari pratiche ascetiche; nell'ottica della progressione spirituale di cui stiamo parlando, rappresenta una ulteriore fase di crescita per giungere alla statura di un vero figlio di Dio. La mansuetudine rappresenta il cuore di colui che si è reso conto della propria povertà spirituale, questa verità lo ha aggravato al punto da fare cordoglio ed ora, in questa condizione, non può che essere mansueto e sottomesso alla volontà del proprio Dio. Essere mansueto è quindi quella condizione di cuore che con umiltà si predispone ad accettare gli eventi che si susseguiranno nella propria vita senza lamentarsi e brontolare. Il mansueto non pretende nulla perché sa di non aver alcun merito nei confronti di Dio; sa che tutto quello che avverrà nella sua vita è sotto il controllo di Dio e quindi, anche se da un punto di vista umano potrebbe sembrare negativo, alla fine produrrà gli effetti in una durevole crescita spirituale. (Romani 8:28-29). È il Signore stesso che si pone come riferimento da imitare per tendere alla mansuetudine che Lo contraddistingue (Matteo 11:29), mansuetudine che produrrà riposo per l'anima. Questa caratteristica del figliuolo di Dio deve essere nota a tutti (Filippesi 4:5) ed esercitata nei rapporti con gli altri. L'apostolo Paolo esortava a "condurvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta, con ogni umiltà e mansuetudine, con longanimità, sopportandovi gli uni gli altri con amore" (Efesini 4:1-2). Chi è in questa condizione, crescendo in santità di valore in valore in ubbidienza alla volontà di Dio, arriverà a ereditare la terra (Salmo 37:11). Non si tratti di ereditare questa terra, che è destinata a essere distrutta (2 Pietro 3:7), ma di ereditare un posto in una "nuova terra e nuovi cieli" alla presenza di Dio (Isaia 66:22; 2 Pietro 3:13).

Quarta Tappa: Essere affamato e assetato

"Beati quelli che sono affamati ed assetati della giustizia, perché essi saranno saziati"

Che cosa vuol dire essere affamato o assetato? Chiunque ha sperimentato almeno una volta nella propria vita cosa vuol dire avere fame o sete, ma essere affamato va molto oltre aver semplicemente fame, vuol dire avere passato giorni senza avere mangiato. Similmente essere assetato va molto oltre aver semplicemente sete, vuol dire avere passato molto tempo senza aver bevuto. Si tratta quindi di quella condizione in cui la necessità di ottenere subito da mangiare o da bere diventa una ossessione. Il Signore Gesù usa un concetto facilmente comprensibile agli uomini per descrivere una condizione spirituale. È beata quella persona che si rende conto della propria povertà spirituale, è afflitto così tanto che il cordoglio che prova lo rende mansueto ed a questo punto, brama una cosa sola: la giustizia di Dio nella sua vita. Nello stesso modo in cui una persona affamata e assetata nel senso fisico vuole cibo e acqua più di qualsiasi altra cosa, la persona che è spiritualmente affamata e assetata vuole la giustizia di Dio più di qualsiasi altra cosa. Si è consapevoli di non poter arrivare ad essere giusti davanti a Dio per i propri meriti (Galati 2:16), e perciò si desidera quella giustizia che si può ricevere solamente come dono da Dio: la giustizia di Cristo Gesù (Romani 5:1; 3:21-26). Quando si arriva al punto di avere un cuore che desidera più di qualsiasi cosa di essere giustificato davanti a Dio (Matteo 6:33; Matteo 5:20), ovvero di ottenere il perdono per poter entrare in rapporto con Dio, quella persona viene giustificata gratuitamente, non per i propri sforzi, ma come dono da parte di Dio, infatti: "Colui che non ha conosciuto peccato, Egli l'ha fatto esser peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui" (2 Corinzi 5:21).

Nella nostra progressione questo è il momento della salvezza, il momento che si passa dall'essere sotto la condanna eterna, all'essere perdonato, giustificato e salvato; questa beata consapevolezza produce la sazietà promessa.

Quinta Tappa (1° FRUTTO): Essere misericordioso

"Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta"

L'essere misericordiosi è la caratteristica che più di ogni altra ci avvicina all'essenza stessa di Dio (Salmo 86:15). Quando un peccatore che ha realizzato la propria insufficienza spirituale rimane così aggravato che la propria sofferenza lo ha reso mansueto e desideroso della giustizia che si trova solamente in Gesù Cristo, Dio agisce con grande misericordia, prende il suo peccato e lo carica su Gesù Cristo, lo perdona, e lo giustifica con la giustizia di Cristo (2 Corinzi 5:19). La persona passa da essere colpevole ad essere perdonata e tutto questo Dio lo fa in base alla Sua misericordia (Michea 7:18-19). Quando si ottiene salvezza mediante la misericordia di Dio il cuore viene trasformato. Riconoscendo l'immensa misericordia che si è ricevuto da Dio, si diventa misericordiosi verso gli altri. Riconoscendo la gravità del proprio peccato e quindi la grandezza del perdono ricevuto, è disponibile a perdonare quelli che hanno peccato contro di lui (Luca 6:36). Dopo avere riconosciuto quanta misericordia si è ricevuta da Dio, si concretizza un frutto della vera salvezza nel  manifestare nei confronti del prossimo misericordia e disponibilità al perdono (Efesini 4:32).

La Parola di Dio non insegna che l'uomo riceve perdono in virtù della sua capacità di perdonare il prossimo, ma che questa capacità di perdonare gli altri è il frutto evidente di avere ricevuto e realizzato il perdono di Dio nella sua vita. Chi vive così, esercitando la misericordia con il suo prossimo, otterrà misericordia nel giorno del giudizio.

Sesta Tappa (2° FRUTTO): Manifestare purezza di cuore

"Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Iddio"

Cosa alberga nel cuore di un uomo che non ha conosciuto Dio e che quindi si conduce soddisfacendo i desideri della natura carnale? La Parola di Dio è molto chiara quando afferma che per naturale tendenza il cuore dell'uomo è insanabilmente malvagio (Geremia 17:9) fin dalla sua fanciullezza (Genesi 8:21). Anche il Signore Gesù fu molto chiaro quando affermò che: "quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l'uomo. Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adulteri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni" (Matteo 15:18-19). Una persona che ha veramente ricevuto il perdono ed è stata giustificata, sente la necessità di un profondo mutamento, ha necessità di ricevere un cuore nuovo, un cuore purificato e questo avviene esclusivamente per l'opera di Dio (Ezechiele 36:26). Coloro che cercano salvezza e si arrendono a Dio sono nuove creature, pure di cuore, che si adoperano per camminare in santità "secondo lo spirito", in opposizione allo stile di vita del vecchio uomo che si conduceva "secondo la carne". Essere puro di cuore vuol dire vivere una vita di santità e ubbidienza (2 Corinzi 7:1; Isaia 1:16-17) non per ottenere la salvezza mediante solo opere, ma come frutto della salvezza operante nella propria vita (Romani 8:5; Galati 5:16-26) in virtù della fede nella volontà salvifica di Dio che si è concretizzata "mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre” (Ebrei 10:10). Quando il cuore è puro si accede alla promessa di vedere Dio e godere l'eternità alla Sua presenza.

Settima Tappa (3° FRUTTO): Adoperarsi per la pace

"Beati quelli che s'adoperano alla pace, perché essi saran chiamati figliuoli di Dio"

Chi ha realizzato la nuova nascita ed ha ricevuto un nuovo cuore purificato (Ezechiele 36:26) è entrato in un rapporto di pace con Dio. Non è più nemico di Dio, a motivo del peccato (Romani 5:10; Colossesi 1:20), ma è diventato, per grazia, Suo figliuolo in virtù della croce di Cristo. Per la gioia che ne deriva quindi vuole annunciare questo perdono e la possibilità di avere pace con Dio anche ai suoi simili. Chi ha veramente ricevuto il perdono si adopererà, come ambasciatore di Cristo (2 Corinzi 5:20), ad annunciare grazia e pace al prossimo in virtù del ministerio della riconciliazione (2 Corinzi 5:18) e promuovendo tra i fratelli l'unità dello Spirito sotto il vincolo della pace (Efesini 4:3; Romani 12:18). Costoro che fanno queste cose sono già figli di Dio (in virtù del ravvedimento e della giustificazione in Cristo) ma il frutto del loro impegno nel proclamare questa salvezza ad altri rende più evidente e convincente la loro condizione.

Ottava Tappa (4° FRUTTO): Fedeltà al Maestro

"Beati i perseguitati per cagion di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando v'oltraggeranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per cagion mia"

 Si potrebbe pensare che proclamare agli altri la necessità del ravvedimento, per accedere alla grazia salvifica che si può avere solo da Dio per mezzo del sacrificio di Cristo Gesù il Signore, porterebbe chi lo proclama ad essere apprezzato. In realtà chi non accetta questo messaggio e non vuole confrontarsi con la volontà di Dio, non apprezzerà chi gli ha parlato di Dio e farà di tutto per metterlo a tacere. La persecuzione di cui si parla è infatti "per cagion di giustizia" cioè per contrastare l'evangelo di Gesù Cristo ed ogni insegnamento proveniente dalla Parola di Dio. Chi vive per il Signore sarà quindi sottoposto necessariamente a persecuzione (2 Timoteo 3:12). Saranno perseguitati solo coloro che hanno un rapporto di assoluta fedeltà al Signore Gesù Cristo e che quindi cercano di assomigliare sempre di più a Lui mettendo in pratica i Suoi insegnamenti. Il comportamento di costoro, contrassegnato da una elevata integrità morale e spirituale, sarà visibile a tutti come “luce in mezzo alle tenebre”. Il vero discepolo di Cristo, benché viva nel mondo, non è di questo mondo, e quindi sarà odiato da quelli che si conformano all’immoralità che governa il mondo. Il Signore mette in guardia dall'odio del mondo, infatti in Giovanni 15:18-20 è scritto che "Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe quel ch'è suo; ma perché non siete del mondo, ma io v'ho scelti di mezzo al mondo, perciò vi odia il mondo. Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra".

Il cristiano nominale non è perseguitato, ma lo è quello che assomiglia a Cristo. Quando prendiamo posizione per Gesù e facciamo ciò che Lui ci dice di fare aspettiamoci una qualche forma di persecuzione perché i valori di questo mondo contrastano con quelli di Cristo. La persecuzione scaturisce infatti dallo scontro tra due sistemi di valori tra loro inconciliabili. Per un cristiano l'unico modo per sfuggire alle persecuzioni di qualsiasi forma è scendere a compromessi con il sistema mondo; se manifestiamo coerentemente la nostra fede, sia con le parole che con i fatti, aspettiamoci qualche forma di persecuzione. Possiamo affermare quindi che la persecuzione è la prova tangibile che il credente è realmente "in Cristo" (2 Corinzi 5:17) e che lo Spirito Santo sta agendo nella sua persona al fine di trasformarlo, secondo promessa, all'immagine di Cristo (2 Corinzi 3:18; 1Pietro 4:14). Coloro che affermano di essere credenti lo devono dimostrare sotto persecuzione, altrimenti è come il seme caduto sul terreno roccioso che germoglia ma subito si secca. Questi credenti hanno ascoltato e ricevuto la Parola di Dio con gioia, dice Gesù, ma siccome non hanno radici sono di corta durata, e nel momento della tribolazione e persecuzione si sviano (Matteo 13:20-21). In qualche modo i credenti saranno ostacolati, presi in giro, calunniati per la fede in Gesù, in futuro potrebbe anche cessare la libertà di culto ma un vero credente sarà disposto a morire per Gesù. "Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché, ecco, il vostro premio è grande nei cieli; perché i padri loro facevano lo stesso ai profeti" (Luca 6:23; Ebrei 11:35-37).

La sofferenza a motivo di giustizia non deve conturbare e sgomentare (1 Pietro 3:14) poiché la promessa eterna, che apre e chiude questo percorso scandito dalle "beatitudini", è la stessa di sempre: "di loro è il Regno dei cieli".

AMEN

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